QuattroTreTre

Pensieri all’attacco

Buon calcio non mente

Posted by Francesca su 15 settembre 2008

Uno sguardo al campionato calcistico di Serie A, al secondo ko consecutivo del Milan, al black out della Roma, alla fortuna dell’Inter. Gli spunti di riflessione di certo non mancano. Si potrebbe parlare dell’inconsistenza della difesa rossonera, dell’irriconoscibilità dell’intera squadra giallorossa. Si potrebbe discutere all’infinito sull’autogol fantasma del catanese Terlizzi e pure sull’utilità di un Ronaldinho assente ingiustificato da due stagioni. O magari interrogarsi sul semisconosciuto Zarate, pur consapevoli della labilità del primo posto in classifica della Lazio. Ma sarebbero cose scontate, peraltro già sentite. Ecco perché il commento migliore alla seconda di campionato lo tiri fuori guardando oltre il campo, dove il calcio più che sport è paradigma sociale. Il risultato è tutto nelle parole di Vittorio Zucconi e nel suo “Il gol dell’antipolitica” pubblicato sulla Repubblica.

 

IL GOL DELL’ANTIPOLITICA (da Repubblica.it)

La ragione fondamentale per la quale ancora milioni di dementi come noi si appassionano al gioco del calcio in Italia, nonostante le bastonate sui denti e sulle teste, le truffe e la cialtroneria di chi lo gestisce, la bestialità di tanti tifosi (sì, tifosi anche i violenti, piantiamola con la giaculatoria del ‘quelli non sono tifosi’) si è vista per 95 minuti domenica sul campo di Genova. Non è questione di vittoria o di sconfitta, che può avvenire ovunque a chiunque, basti pensare alla ridicola vittoria dell’Inter sul Catania grazie a due autogol, ma è la dimostrazione che in questo sport, come in altri sport di squadra, esiste un limite preciso e invalicabile alle balle, alle manipolazioni, al fumo che la società dell’immagine e degli spot riesce a venderci in politica e in economia. 

I governi possono produrre leggi fasulle, approvate soltanto per creare l’impressione che “si faccia qualcosa”, come quella insensatezza giuridica della legge Carfagna che punisce l’intenzione di commerciare in sesso senza spiegare come si possa dimostrare la contrattazione, se non a contratto consumato, come il vergognoso gioco delle tre cartine condotto attorno all’Alitalia per scaricare nelle tasche (bucate) degli italiani il fallimento lasciando ai portafogli dei privati i profitti o come questa riforma della scuola che non riforma nulla, ma si limita a tagliare il numero di insegnanti. In politica si può far credere, con tecniche collaudate, che una graziosa signora governatrice di un stato semidisabitato (l’Alaska ha la popolazione di Genova disseminata su una superfice pari a sette volte quella italiana) e già sindaco di un accampamento di 7 mila persone, come la Sarah Palin, possa avere le qualità e i titoli per essere presidente degli Stati Uniti d’America e controllare 6 mila e 500 testate nucleari e una forza armata di oltre un milione di uomini e donne in perenne stato di guerra. 

Ma nel calcio, per quanto si possano comperare arbitri, chiuderli negli spogliatoi , distorcere il mercato dei piedi, non basta dire che una squadra è da scudetto, come fu fatto dal sempre incantevole geometra Galliani, perché lo sia. Non basta ingaggiare vecchie stelle del varietà con un vecchio repertorio di barzellette per divertire il pubblico. Non si possono mettere ciglia finta, trapiantare praticelli di peli sulla testa o mettere la calze autoreggenti a Maldini perché alla fine c’è quel maledetto rettangolo di erbetta spelacchiata che ogni tanto, non sempre, dice verità inoppugnabili e svergogna gli imbonitori e gli illusionisti. 

In attesa di quelle verità assolute che da millenni gli sciamani ci promettono ma che noi umani stentiamo a vedere, lo sport, e persino il pallone italiano, ci propone qualche piccola verità oggettiva che chiunque, senza bisogno di dottorati o di studi teologici, riesce a afferrare. Ci dice che chi corre di più ha più probabilità di prendere la palla. Che avere un grande nome o un’illustre carriera alla spalle non ha mai fatto fare un gol o un passaggio a nessuno. Mostra come il nepotismo e la raccomandazione, che pure esistono, vadano a infrangersi contro la semplice evidenza del fatto che tu puoi anche essere il cocco del cardinale o dell’onorevole, ma se non riesci a marcare un attaccante, a parare un tiro, a realizzare un rigore, non durerai molto a lungo in una professione dove sei pagato a soldoni. I fannulloni, sul capo, perdono davvero il posto. 

Non esiste giustizia, ovviamente, nella vita e neppure nel calcio, ed è ovvio che valga anche in queste battaglie simboliche la dura verità enunciata da Napoleone, secondo la quale “Dio sta dalle parte dei reggimenti che hanno più cannoni” e se una squadra come l’Inter costa venti volte quello che costa il Catania o la Reggina, potrà perdere qualche scaramuccia, ma alla fine vincerà la guerra. 
Esistono il campo, il piede, la gamba, la testa (a volta anche il cervello), la palla che va nel sacco o non ci va, cose materiali, visibili, tangibili, concrete. Le partite non sono assegnate per sondaggio di popolarità o per la capacità di un trequartista di raccontare barzellette né per la simpatia di un portiere che sa incantare come un fachiro indiano l’attaccante entrato da solo in area. 

Per quanti sforzi siano stati fatti per addomesticarlo, anche il calcio – come tutto lo sport – resta la forma più elementare e diretta di espressione antipolitica, e di verità oggettiva, capace di separare, con la brutale democrazia del punteggio non modificabile da nessuna campagna elettorale, chi racconta frottole da chi sa mantenere quello che promette. Si può fare credere ai gonzi che la guerra in Iraq sia stata “vinta”, ma non che il Milan abbia fatto sei punti in due partite. Non li ha fatti, punto e basta. Si può sostenere che le città siano più sicure perché verranno arrestate un paio di battone e sentiremo la storia del solito “stimato professionista” che verrà portato al commissariato per avere scambiato un segnale con una ragazza sul bordo del marciapiedi, ma non si può sostenere che la Roma sia oggi una squadra forte e capace di vincere lo scudetto quando si squaglia in campo per due partite consecutive. Si può vantare la resurrezione fittizia dell’Alitalia, ma non nascondere ai tifosi della Fiorentina la debolezza della sua difesa o dire che l’Atalanta, oggi in testa alla classifica con la Lazio, vincerà il campionato. Lo sanno i suoi tifosi, lo sanno tutti. Sarebbe bello se accadesse, ma non accadrà. Chiaro e semplice.

Per questo, per ritrovare un lembo di verità nell’oceano di manipolazioni dentro il quale anneghiamo quotidianamente, restiamo pateticamente aggrappati a quella ciambella chiamata calcio.

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